Di pagine oscure nella storia dell’umanità ce ne sono purtroppo sin troppe, e non tutte hanno goduto nel tempo della medesima luce o della medesima consapevolezza storica. In Italia, uno dei momenti più complessi, duri e tragici si è consumato durante le fasi finali e immediatamente successive alla Seconda Guerra Mondiale. È in questo contesto di caos e transizione che si sono verificati i cosiddetti “massacri delle foibe”, spietati eccidi ai danni della popolazione italiana residente nella Venezia Giulia, nel Quarnaro e in Dalmazia.
Questi massacri furono perpetrati prevalentemente ad opera dei partigiani jugoslavi e dai Comitati popolari di liberazione legati al movimento di Josip Broz Tito, con l’intento di eliminare chiunque fosse ritenuto un ostacolo al progetto di annessione di quei territori alla nascente Jugoslavia comunista. Oggi, il turismo della memoria ci porta nel comune di Trieste, sull’altopiano del Carso, dove è possibile visitare e rendere omaggio a uno dei luoghi simbolo di quella tragedia: la Foiba di Basovizza, dichiarata Monumento Nazionale nel 1992.
Che cos’è una “Foiba”? Il contesto del Carso
Prima di addentrarsi nella storia di Basovizza, è fondamentale comprendere il contesto geografico. L’altopiano del Carso (che si estende tra l’Italia nord-orientale, la Slovenia e la Croazia) è caratterizzato da una conformazione geologica unica. Le rocce calcaree, modellate dall’azione corrosiva dell’acqua nel corso dei millenni, hanno dato vita a un paesaggio costellato di doline, grotte e, appunto, foibe.
Il termine “foiba” deriva dal latino fovea (fossa, cava) e indica degli inghiottitoi carsici naturali, ovvero enormi voragini a forma di imbuto rovesciato, che possono sprofondare verticalmente per centinaia di metri nel sottosuolo. Tuttavia, la particolarità del sito di Basovizza è che, a differenza delle altre foibe del territorio, non si tratta di una cavità naturale, bensì di un’opera creata dalla mano dell’uomo, il cui scopo originario era del tutto estraneo alla guerra.
Da pozzo minerario a teatro di morte
La Foiba di Basovizza, situata a nord-est dell’altopiano carsico triestino, era in origine un pozzo minerario scavato all’inizio del Novecento (durante l’Impero Austro-Ungarico) per l’estrazione di carbone e lignite. Le aspettative degli ingegneri dell’epoca, tuttavia, furono presto deluse: gli scarsi risultati produttivi e la scarsa qualità del materiale estratto portarono alla rapida chiusura del sito minerario.
L’imponenza degli scavi era però notevole. Il pozzo raggiungeva una profondità verticale di ben 256 metri. Proprio in fondo, a quota -254 metri, si apriva una galleria lunga 735 metri che conduceva direttamente alle viscere del vicino villaggio di Basovizza. Abbandonato e dimenticato, questo abisso di ingegneria industriale rimase silente per decenni, fino a quando la furia del secondo conflitto mondiale non gli conferì una macabra e tragica utilità.
La primavera del 1945 e i 40 giorni di occupazione
Per comprendere appieno il massacro, bisogna calarsi nell’atmosfera di Trieste nel maggio del 1945. Mentre nel resto d’Italia si festeggiava la Liberazione dal nazifascismo, il Confine Orientale visse un destino drammaticamente diverso. A partire dal 1° maggio, le truppe jugoslave entrarono a Trieste, anticipando l’arrivo degli Alleati anglo-americani. Ebbe così inizio l’occupazione jugoslava della città, che durò per 40 lunghissimi giorni, fino al 12 giugno 1945.
Durante questo periodo, si instaurò un clima di terrore. Il pozzo minerario di Basovizza iniziò a essere utilizzato come luogo di esecuzioni sommarie e di occultamento dei cadaveri. Le vittime non furono soltanto fascisti o collaborazionisti, ma una vasta e tragica moltitudine di civili italiani, militari, poliziotti, carabinieri, guardie di finanza, membri del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) locale e chiunque rappresentasse una potenziale resistenza politica all’annessione jugoslava. A questi si aggiunsero anche soldati tedeschi catturati.
La dinamica degli infoibamenti: una discesa nell’orrore
Le modalità con cui si consumò la tragedia raccontano di un accanimento spietato. Durante i rastrellamenti, le vittime venivano spesso prelevate all’improvviso, direttamente dalle loro case o per strada, e caricate a forza su degli autocarri diretti verso il Carso.
Giunti sull’orlo del pozzo, il destino dei prigionieri era segnato da una crudeltà metodica. I condannati venivano solitamente legati tra di loro con del fil di ferro o delle catene ai polsi. Posizionati sul ciglio della voragine, non c’era scampo: i carnefici aprivano il fuoco con una scarica di mitra colpendo solo le prime file. Coloro che venivano feriti a morte precipitando nell’abisso trascinavano con sé nel vuoto le altre vittime ancora vive, condannandole a una fine atroce sul fondo del pozzo, a oltre 250 metri di profondità, tra i cadaveri e il buio assoluto.
La documentazione e le prove raccolte successivamente dalle forze alleate anglo-americane in merito agli infoibamenti si basarono anche su coraggiose testimonianze locali. Furono di vitale importanza, tra gli altri, i resoconti forniti dai parroci del territorio, come don Francesco Malalan (parroco di Sant’Antonio in Bosco) e don Virgil Šček (parroco di Corgnale), che assistettero o raccolsero le disperate confidenze degli abitanti durante quei giorni di terrore.
Il dopoguerra: le indagini e il lungo silenzio
Con l’arrivo degli anglo-americani e il ritiro delle truppe jugoslave nel giugno del 1945, l’orrore venne lentamente a galla. Tuttavia, il recupero delle salme dalla Foiba di Basovizza si rivelò un’impresa tecnicamente impossibile. A causa dell’incredibile profondità del pozzo e della grande quantità di detriti, legname e munizioni inesplose gettate dai carnefici per occultare i corpi, gli speleologi e i vigili del fuoco dell’epoca dovettero arrendersi.
Non potendo estrarre le vittime per dare loro una degna sepoltura, nel 1959 il pozzo venne definitivamente sigillato con una lastra di cemento, trasformando di fatto la voragine in una immensa tomba comune. Per decenni, la vicenda delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è rimasta ai margini della storiografia ufficiale, intrappolata nelle logiche e nei veti della Guerra Fredda. Solo alla fine del Novecento il velo di silenzio ha iniziato a sollevarsi.
Da tomba a Monumento Nazionale: il Sacrario Oggi
L’impegno delle associazioni degli esuli e della cittadinanza triestina ha portato finalmente a un riconoscimento istituzionale. Come accennato, nel 1992 la Foiba di Basovizza è stata ufficialmente dichiarata Monumento Nazionale dal Presidente della Repubblica.
Il vero punto di svolta per la valorizzazione dell’area è avvenuto in concomitanza con l’istituzione del “Giorno del Ricordo” (legge del 2004, celebrata ogni 10 febbraio). Al termine di accurati lavori di recupero, restauro e riqualificazione paesaggistica, il 10 febbraio 2007 è stato inaugurato il nuovo assetto del Sacrario di Basovizza.
Oggi il visitatore viene accolto in uno spazio solenne, circondato dal verde silenzioso del Carso. Sopra la piastra che sigilla il pozzo, eretta come un monito per le future generazioni, svetta una grande croce. Il sito invita alla riflessione profonda: la memoria di questi tremendi atti non vuole essere fonte di rancore, ma è di fondamentale importanza pedagogica. Solo osservando e comprendendo gli errori e gli orrori del passato, si può costruire e sperare in un futuro libero dai totalitarismi e dalle tragedie.
Il Centro di Documentazione e le informazioni pratiche
Per completare la comprensione storica e contestualizzare gli eventi, ai margini del sacrario è stato edificato un Centro di Documentazione, inaugurato ufficialmente l’anno successivo al restauro, nel 2008.
All’interno di questa struttura, i visitatori e le scolaresche possono consultare materiali multimediali, fotografie d’epoca, pannelli storici esplicativi e testimonianze dirette che spiegano la complessa storia del Confine Orientale dal primo dopoguerra fino al trattato di pace. È un passaggio essenziale per chiunque voglia fare del turismo non solo un momento di svago, ma anche di arricchimento etico e culturale.
Come organizzare la visita
La visita all’area di Basovizza è concepita per essere accessibile a tutti e promuovere la massima diffusione della memoria storica:
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Il Monumento (all’aperto): Essendo un’area monumentale inserita nel paesaggio carsico, il Sacrario vero e proprio è accessibile liberamente in qualsiasi momento della giornata e dell’anno.
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Il Centro di Documentazione: Segue invece un calendario di aperture specifico, pensato per accogliere il flusso turistico e didattico:
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Da Marzo a Giugno: aperto tutti i giorni, con orario continuato dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
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Da Luglio a Febbraio: aperto dalle ore 10:00 alle ore 14:00. (In questo periodo è previsto un giorno di chiusura settimanale, il mercoledì, e la chiusura nei giorni festivi di Natale e Capodanno).
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Costo: L’ingresso, sia al sacrario che al Centro di Documentazione, è completamente gratuito.
La Foiba di Basovizza non è un semplice “punto turistico” sulla mappa del Friuli Venezia Giulia. È una cicatrice incisa nella roccia e nella storia d’Italia. Visitarla significa posare una pietra ideale su un dolore troppo a lungo taciuto, trasformando il ricordo in una potente sentinella a difesa della pace.
