Ormai da anni, il turismo in Calabria non è più solo sinonimo di spiagge incontaminate e mare cristallino. Sempre più viaggiatori, amanti del trekking, della fotografia e delle atmosfere fuori dal tempo, hanno iniziato ad aggiungere al loro itinerario una tappa tanto affascinante quanto insolita. Parliamo di Roghudi Vecchio, un antico borgo incastonato nel cuore aspro della montagna, oggi completamente abbandonato, che rappresenta una delle punte di diamante nel tour delle città fantasma italiane.
Ciò che spinge i turisti ad avventurarsi fin quassù non è soltanto la possibilità di ammirare un paesaggio naturale di struggente bellezza, ma l’irresistibile richiamo delle innumerevoli leggende, tradizioni e curiosità che avvolgono le rovine di questo antico insediamento. Visitare Roghudi significa fare un salto indietro nei secoli, camminando in bilico su uno sperone di roccia dove la storia si fonde indissolubilmente con il mito.
Un Borgo Sospeso sul Vuoto: La Geografia di Roghudi
Per comprendere l’anima di Roghudi, bisogna innanzitutto fare chiarezza sulla sua geografia. Il comune fa parte della città metropolitana di Reggio Calabria, ma oggi il suo territorio e la sua popolazione sono letteralmente spaccati a metà, divisi da circa 40 chilometri di distanza.
Esistono infatti due realtà distinte:
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Roghudi Nuovo: situato a ridosso della costa ionica, è l’attuale centro abitato, nato per accogliere la popolazione sfollata negli anni ’70.
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Roghudi Vecchio (o Rigudi): l’insediamento originario, situato nell’entroterra profondo, aggrappato alle pendici dell’Aspromonte e oggi completamente disabitato.
Per ovvie ragioni, la meta che attrae escursionisti e curiosi è il borgo fantasma. Roghudi Vecchio sorge su uno sperone roccioso circondato dalle fiumare, dominando la gigantesca e spettacolare gola della Fiumara Amendolea. La sua posizione è tanto scenografica quanto pericolante, isolata dal resto del mondo da pareti a strapiombo e strade tortuose.
Le Origini Grecaniche: La Lingua e la Storia
Roghudi Vecchio non è un borgo qualsiasi: è uno dei cuori pulsanti della Bovesia, l’area grecanica della Calabria. L’isolamento geografico di questo luogo ha permesso, per secoli, la conservazione di tradizioni, usi e costumi di origine bizantina, ma soprattutto della lingua grecanica, un antico idioma derivato dal greco antico.
Il nome stesso del borgo racchiude la sua essenza selvaggia. Deriva con molta probabilità dal greco “rogòdes”, che significa “pieno di crepacci”, o dal termine “rhekhodes”, traducibile come “aspro”. Mai nome fu più azzeccato per descrivere un paese che sembra letteralmente spuntare dalla roccia viva.
Le origini documentate di questo insediamento risalgono all’anno 1050. Già all’epoca era un importante crocevia per le popolazioni locali che cercavano rifugio dalle incursioni costiere. Nel 1084, il borgo divenne parte integrante del potente feudo dei Bova. La sua importanza strategica rimase inalterata per secoli, finché, verso la fine del dodicesimo secolo, passò sotto il controllo dello Stato dell’Amendolea. Per secoli, i “roghudesi” hanno vissuto in simbiosi con questa natura implacabile, coltivando terre impervie e pascolando greggi.
La Tragedia: Perché Roghudi è Diventata una Città Fantasma?
Nonostante le difficoltà quotidiane, Roghudi era un paese vivo. Ancora nel 1971, il borgo ospitava circa 1650 anime, una comunità unita e resiliente. Tuttavia, la natura che aveva cullato e protetto il borgo per quasi un millennio si rivelò fatale.
Due devastanti alluvioni, abbattutesi sull’area jonica e aspromontana nel 1971 e poi nel 1973, misero in ginocchio il paese. Le fiumare si ingrossarono a dismisura, erodendo la base dello sperone roccioso e causando frane spaventose. La situazione divenne insostenibile e troppo pericolosa per gli abitanti. Le autorità dichiararono l’intero borgo inabitabile.
La popolazione fu costretta a un esodo doloroso e forzato, abbandonando le case, le chiese, i vicoli e i ricordi di generazioni, per essere trasferita verso la costa, fondando l’odierno Roghudi Nuovo. Da quel giorno, Roghudi Vecchio si è addormentato, lasciando che il vento e la vegetazione riprendessero possesso delle sue strade.
La Dura Realtà: I Bambini Legati ai Muri
Passeggiando oggi tra le rovine di Roghudi, circondati dal silenzio irreale rotto solo dal vento che si incanala nella vallata, è possibile notare un dettaglio architettonico che gela il sangue: dei grossi anelli e chiodi di ferro fissati ai muri esterni delle abitazioni.
Non si tratta di elementi decorativi. Gli anziani del posto raccontano che a questi chiodi venivano assicurate delle corde, che a loro volta venivano legate alle caviglie dei bambini più piccoli. Questa usanza, che oggi potrebbe sembrare una barbara punizione, era in realtà un atto d’amore e di disperata protezione.
Roghudi Vecchio è privo di protezioni naturali, circondato da altissimi e letali dirupi a strapiombo sulla fiumara. Quando i genitori dovevano allontanarsi per lavorare nei campi o sbrigare faccende domestiche, legare i bambini era l’unico modo per evitare che, giocando, cadessero nel vuoto. Il fascino cupo di questa storia ha alimentato numerose dicerie locali: c’è chi giura, ancora oggi, di sentire nelle notti di vento i lamenti e i pianti dei bambini risalire dal fondo dei dirupi, creando un’atmosfera da brivido.
Tra Mito e Folclore: Le Antiche Leggende di Roghudi
Un luogo così isolato e drammatico non poteva che generare un ricchissimo patrimonio folkloristico. Le storie tramandate dagli anziani accanto al focolare, un tempo, servivano a spiegare i misteri della natura e a tenere lontani i giovani dai pericoli. Oggi, queste leggende sono il valore aggiunto per ogni turista in visita.
Le Anarade: Le Sirene Zoccolute dell’Amendolea
Una delle leggende più radicate e inquietanti ruota attorno alla figura delle Narade (o Anarade). Si trattava di creature mitologiche, spiriti malvagi con le sembianze di bellissime donne, ma con una caratteristica mostruosa: al posto dei piedi avevano degli zoccoli di mulo.
Le Anarade vivevano nella contrada di Ghalipò, proprio di fronte a Roghudi, vicino al corso d’acqua. Secondo il mito, il loro scopo era quello di sterminare le donne del paese per potersi accoppiare liberamente con gli uomini roghudesi. Per farlo, usavano l’inganno: si nascondevano vicino al fiume e, simulando le voci di familiari o amiche, attiravano le donne scese a lavare i panni, spingendole poi tra i flutti per annegarle.
La paura di queste entità era talmente reale tra la popolazione che, secondo la tradizione, vennero edificati tre cancelli di protezione in corrispondenza delle tre storiche entrate del paese:
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Il cancello di “Plachi”
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Il cancello di “Pizzipiruni”
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Il cancello di “Agriddhea”
La Rocca tu Dracu e il Tesoro Maledetto
Poco distante dal nucleo centrale di Roghudi, si trova la frazione di Ghorio, anch’essa inghiottita dall’abbandono. L’attrazione principale di questa zona è una bizzarra formazione geologica nota come Rocca tu Dracu (La Rocca del Drago). Il termine deriva dal greco ellenistico Draku, che significa “occhio”, a causa della strana conformazione della pietra.
Il mito narra che questa roccia fosse in realtà la testa pietrificata di un feroce drago, messo a guardia di un tesoro inestimabile, nascosto nelle viscere della montagna. Ottenere questo tesoro era un’impresa disperata. Il drago richiedeva un rito di sangue spietato: bisognava sacrificare contemporaneamente un capretto, un gatto nero e un neonato umano.
Per secoli, il terrore del drago e l’orrore del sacrificio tennero lontani gli avventurieri. La leggenda racconta che un giorno nacque in paese un bambino affetto da gravi malformazioni. La famiglia, disperata, lo affidò a due uomini affinché se ne sbarazzassero. I due, accecati dall’avidità, decisero di usare il neonato per completare il rito e rubare il tesoro. Si recarono alla Rocca tu Dracu, sacrificarono il capretto e il gatto nero e si prepararono a uccidere il piccolo. Ma proprio in quel momento, la montagna si ribellò: una tempesta improvvisa e violentissima si scagliò su di loro. Un vento furioso scaraventò uno degli uomini all’interno delle cosiddette “Caldaie del Drago” (profonde marmitte dei giganti scavate dall’acqua nella roccia fiumi), uccidendolo all’istante, mentre il neonato fu miracolosamente risparmiato.
Informazioni Pratiche: Come Raggiungere Roghudi Vecchio
Oggi, visitare Roghudi Vecchio è un’esperienza sicura ma che richiede un minimo di preparazione e spirito d’avventura. Il percorso è tortuoso e si snoda nel cuore del Parco Nazionale dell’Aspromonte.
Indicazioni Stradali:
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Punto di partenza: La rotta più semplice parte dalla costa ionica, precisamente da Melito di Porto Salvo (RC).
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La Salita: Dal centro costiero, bisogna seguire le indicazioni stradali per l’entroterra in direzione di Roccaforte del Greco. La strada inizia ad arrampicarsi sulla montagna offrendo panorami mozzafiato.
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L’Arrivo: Superato l’abitato di Roccaforte del Greco, bisogna proseguire lungo l’unica strada principale. Dopo un tratto in discesa, immersi in un paesaggio lunare e selvaggio, si arriverà finalmente di fronte allo strapiombo che ospita il borgo fantasma di Roghudi.
Consigli per i viaggiatori:
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Mezzo di trasporto: Si consiglia di utilizzare un’auto in buone condizioni o, preferibilmente, un mezzo con l’assetto alto (SUV o fuoristrada), poiché alcuni tratti della strada potrebbero presentare asfalto sconnesso o detriti portati dal vento.
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Abbigliamento: Indossare scarpe da trekking o con suola antiscivolo. I percorsi all’interno del borgo non sono messi in sicurezza.
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Rifornimenti: Portare con sé acqua e snack; non ci sono servizi commerciali o fontane potabili nel borgo abbandonato.
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Rispetto del luogo: Roghudi è un pezzo di storia fragile. È fondamentale non danneggiare le strutture, non arrampicarsi sui muri pericolanti e non lasciare alcun tipo di rifiuto.
Roghudi Vecchio vi aspetta per regalarvi il silenzio della montagna, l’eco di lingue antiche e il brivido di leggende che, tra le rovine sferzate dal vento, sembrano ancora incredibilmente vive.
